ALFA, UNA TRADIZIONE CHE HA 75 ANNI

La Repubblica, 25 giugno 1985

MILANO - L' Alfa Romeo festeggia in questi giorni con varie iniziative il suo 75 compleanno. Le cerimonie sono un po' sul cultural-storico: non ci sono trionfalismi e non ci sono torte con candeline.

Come mai?

Un po' perchè i dirigenti dell' Alfa sono così: compassati, lavoratori, tranquilli. E un po' perchè in realtà ciò che oggi si dovrebbe celebrare più che un anniversario è un paradosso. La storiella che attualmente ha più successo nei corridoi del palazzo uffici di Arese è la seguente. Fra i tanti visitatori che giungono dall' estero per studiare la società e vedere se insieme si possono avviare degli affari, ce n' è stato uno che alla fine del suo giro si è seduto su una poltrona, ha accettato il bicchiere di vino bianco che gli hanno offerto e che poi ha detto: "Dovete spiegarmi una cosa. Ho visto le fabbriche: sono ottime. La tecnologia che impiegate: è ottima. L' organizzazione che avete messo su: è ottima. I prodotti che fate: sono ottimi. Ma perchè perdete soldi invece di guadagnarne?". Il paradosso è appunto questo. L' Alfa Romeo è un po' come una bella ragazza che però non riesce mai a trovare marito. Sulla carta potrebbe avere tutto il successo che vuole, invece arranca, fatica, campa la vita con i denti. Meriterebbe di più. Fare automobili non è un mestiere facile. Ne sapeva qualcosa Henry Ford, che infatti per le Alfa aveva un rispetto reverenziale ("Quando ne passa una, mi tolgo il cappello", era solito dire).

E ad Arese, nonostante tutte le polemiche e le vicende sbagliate degli ultimi anni, non hanno mai smesso di sapere come si fanno le macchine. Un tipo particolare di macchina: motore, sterzo e freni. Più il rumore. Un rumore che non si può descrivere e che è unico: si chiama infatti "rumore Alfaromeo". Da qualche anno questo famoso rumore si era un po' perso per strada (c' è stata, ad Arese, una devianza snobistico-berlinesca-mercedese), ma adesso sulla nuova "75" (macchina di cui si parlerà a lungo) è tornato robusto, prepotente, pieno, come quello dei bei tempi, quando le rapine si facevano solo in Alfa Romeo (come dimenticarsi della famosa Giulietta di via Osoppo?) e quando portare una ragazza a fare un giro in Alfa aveva ancora un senso. L' altro giorno si stava provando una "75" con un amico e questo rumore era così presente, così perfetto, che ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: "Deve essere falso, per forza. Sotto il cofano ci sarà un compact-disc giapponese collegato con l' acceleratore che entra in funzione quando si schiaccia: roaaarrrrrbruuuuummmm". E invece no. Fatte tre curve sui viali di Milano, di nuovo la voce tipica dell' Alfista si è levata a dire la sua: "I maledetti ingegneri di Arese sono tornati sui loro passi. Ecco una macchina che si guida con il culo, che si porta come un vestito stretto". E infatti l' Alfista è ancora uno che quando curva piega un po' la testa, come per accompagnare la macchina. "Saranno un po' in crisi, saranno in trattative con la General Motors, ma finalmente hanno ritrovato se stessi: era dai tempi dell' Alfetta che non si sentiva più un cambio così. Hai provato a sbatterla fuori strada, sulla tangenziale? Non ce la fai. Non c' è niente da fare. Tu acceleri e spingi, ma lei niente: dritta sulla strada, sembra incollata, come un tram sui binari. Ubbidiente come una brava moglie, è. Ma appena schiacci il piede, va via come una scheggia. Basta, scendiamo, altrimenti va a finire che ne compro due".

E' il paradosso dell' Alfa Romeo. Mai incontrato un alfista che non abbia sacramentato contro quelli della "casa", sempre avari di comodità (sulla "75", però, sono stati generosi). Ma, anche, mai visto un alfista che non fosse un fanatico: "Ma sai che anni e anni fa sono andato fino in Turchia con la mia Giulia (la prima con la coda tronca, gli altri ridevano, gli stupidi) e che quasi son dovuto scappare perchè i turchi mi fermavano per la strada e me la volevano comperare, lì, in contanti, a tutti i costi? Ti sembro uno che lascia la sua Alfa ai turchi?" E adesso, proprio nell' anno del 75, l' alfista è un uomo finalmente felice, appagato. Come la "Uno" è stata la macchina dell' orgoglio Fiat ("Giusto, quelli di Torino son bravi a fare queste macchine qui, belle e tranquille"), a lui gli hanno dato la "75" che ha già un posto nella leggenda che ha rimesso in movimento il suo spirito di casta ("Il segreto sta nel ponte De Dion, roba da formula uno, ma lo sai che costa un milione solo quello scherzo lì?"). Il resto all' Alfista non interessa. Quando gli hanno messo in mano motore, sterzo, freni e rumore, lui è a posto. E vive l' Alfa come quello che era, la casa di Nuvolari, la casa del Duetto che ancora oggi sfreccia sulle strade della California oggetto di invidie colossali, della Montreal, un' avventura sfortunata ("Ma, madonna, che macchina, da morirci davanti"), della Giulietta spider ("Chi ne ha avuta una, rossa, in fatto di macchine non può più chiedere niente". Salvatore Tropea che quindici anni fa ne ha guidata una sul lungomare di Malibù ogni tanto è richiesto di spiegare che cosa si prova, veramente: "Ma sei salito anche a Beverly Hills?").

A vivere l' Alfa Romeo per quello che è, e non per quello che era, sono rimasti in pochi. Il presidente dell' Iri, Romano Prodi, per il quale è un problema. Il presidente della stessa Alfa, Ettore Massacesi, per il quale è un paradosso: tutto funziona, ma non rende. E che sta trattando con mezzo mondo per vedere se la "casa del Portello", come si diceva una volta, può tornare a avere più grinta di quella che non abbia oggi. Si cerca di capire dove e quando si è commesso lo sbaglio fatale, ma non è facile. Forse all' Alfa è successo come alle ragazze troppo belle, bellissime, che pensano, ad un certo punto della loro vita, di poter avere assolutamente tutto: denaro, successo, felicità, passioni, sentimenti, velocità, tramonti, emozioni. Per l' Alfa questo deve essere accaduto, anno più, anno meno, verso la metà degli anni Sessanta. Era quando le macchine si vendevano come panini, il riflusso non era ancora arrivato perchè quello era il riflusso, l' autunno caldo e gli scioperi stavano dentro la testa di Giove e al Portello avevano un solo chiodo fisso. Erano diventati così matti che gli stava stretta la fama di aristocrazia dell' auto: loro volevano dare quei motori, quegli sterzi, quei freni e soprattutto quel "roaaaaarbruum" alle masse. E, milanesi di zona Sempione, milanesi che più di così non si poteva, volevano nel loro grandissimo e smisurato orgoglio dare un' occasione a quelli del Sud, volevano farli lavorare, portargli la "tecnologia". Ma il tormento della loro vita erano la Fiat, regina incontrastata delle piccole e medie cilindrate, gli Agnelli e Valletta. L' Alfa era, in quegli anni, il sogno di tutti quelli che avevano abbandonato lo scooter per una quattoruote, ma a questa ragazza bella, lunatica e passionale non bastava. Voleva l' applauso delle masse. Voleva l' Alfasud. Voleva portare la guerra in casa Fiat. Voleva un' occasione per uscire dal club fanatico dei corteggiatori danarosi e un po' sfegatati. E alla fine gliela diedero. L' occasione di Pomigliano d' Arco. Una catastrofe, una perdita di identità. Più di dieci anni di vita, in seguito, persi intorno a quella disavventura. Dieci anni per ritrovare il suo "roaaaabruuuum", il suo orgoglio di "macchina che se le lascia dietro tutte" e che "non la sbatti fuori strada nemmeno se ci provi". Dieci anni per ritrovare la sua immagine, la pace produttiva, l' amore per il prodotto, il gusto della sfida. Adesso, il mercato dell' auto è diventato una terra aspra dove si lotta per la vita, dove non si fanno prigionieri, e l' Alfa è lì, sola, coraggiosa e ribelle. Da mesi e mesi non si parla più della crisi dell' Alfasud, degli operai che abbandonavano in massa gli stabilimenti in occasione delle partite di calcio, dei 450 microscioperi al giorno. Oggi, a tredici anni dalla sua entrata in funzione Pomigliano d' Arco è praticamente uno stabilimento modello.

E anche Arese va bene. Nessuno, come è naturale, ci ricama sopra, su questo piccolo miracolo. Ma c' è stato, è reale, è importante, ha richiesto tanta pazienza. Purtroppo, le ferite scavate nei conti e nel volto dell' Alfa sono state pesanti, dure. Nonostante tutto questo, ha dato il via ai sommessi festeggiamenti e ha lanciato la "75". Un oggetto inatteso nella sua perfezione meccanica e stilistica. Un biglietto da visita che anche Nuvolari avrebbe esibito con piacere. Una testimonianza rombante che dentro all' Alfa quello che poteva essere fatto è stato fatto. Adesso, mancano le alleanze, la finanza, un sentiero sicuro in mezzo alla giungla del mercato automobilistico contemporaneo. E è anche, questa "75" un modo per dire ad americani e giapponesi: "State tutti parlando di macchine. Eccone una, ecco come si fa. Vi piacerebbe conoscere il segreto?". Ricorda un po' , questa Alfa dignitosa nella sua sfortuna, l' America prima di Reagan, timida e confusa, afflitta da complessi di colpa, ma dentro ancora così forte e robusta. A saperla leggere, la "75" è piena di messaggi. Vi siete messi tutti a fare macchine che corrono (persino la Mercedes) e allora ecco una vera macchina di quelle "che si guidano con il culo", "con un cambio che appena lo tocchi la macchina ti scappa via", "con dei freni che si pianta lì, in mezzo alla strada, come un platano". Tutti, persino voi della Mercedes, vi siete messi a curvare le lamiere, a cercare forme aggraziate, con il sederino bello alto, impertinente, e allora guardate che roba": "anche da ferma, ragazzi, sembra che vada a 200 chilometri". E voi, americani, che da anni state inseguendo lo stile e la classe della "vettura europea" per i vostri giovanotti della West Coast, tutti un po' nervosi e con tanta voglia di correre, ecco qui il prototipo, l' esemplare unico e irripetibile, ecco qui 75 anni passati a calibrare ruote e differenziali, freni e ingranaggi, riuniti in una sola vettura. Pochi modelli, pochi motori, niente storie e nessun fronzolo. Una macchina secca, precisa, pulita. Ci volete con voi, ci date una mano?

- di GIUSEPPE TURANI